le maschere sono mezzi dell’ego per moltiplicarsi. la fragilità non c’entra un cazzo. si è fragili a nudo, senza impalcature psicologiche ed emotive. si è fragili in silenzio, si è fragili senza i vestiti, si è fragili col pensiero. si è fragili senza dire di essere fragili, senza ostentare la fragilità, senza scriverlo. si è fragili addosso. visibilmente. è disegnato sulla pelle.
e le maschere, con la fragilità, non c’entrano proprio un cazzo.

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“ciao sono io”

sono passati cinque anni, in cui avremmo potuto fare un sacco di cose che tu hai deciso di non fare con me. è questo il motivo per cui, oggi, le tue mail le cancello. e le cancello senza risponderti perchè tutto quello che avrei voluto dirti di cattivo in questi cinque anni in cui hai scelto di non fare tutte quelle cose con me, rischio di scrivertelo in una sola mail. una sola, ma cattiva. cattivissima. e io sto cercando di dare alla cattiveria la forma di un optional. un optional che, ti assicuro, tu non ti meriti. e non perché sei troppo bravo troppo buono o troppo qualche altra cosa, ma perché la cattiveria è una conseguenza dell’odio e l’odio è un sentimento e io per te non voglio più, mai più, provare alcun sentimento.

neanche piccolo, neanche l’odio, nemmeno un briciolo.

Fuori di qui

Devo dirlo, non sono per niente capace a dire addio o almeno a mantenere la promessa. Ma questa volta, mamma mia, ti ho proprio buttato fuori a calci. Non che non te lo meritassi anche prima, certo che te lo meritavi, ma proprio tantissimo, ma è ormai evidente che tutti i tentativi falliti sono stati goccia nell’oceano. E io adesso invece ci ho rovesciato una petroliera. Viscidissima. Incollosissima. Per tenerti lontano, fuori, intossicarti. E non hai battuto ciglio (come sempre) ma questa volta ho buttato la chiave. E tu non ci sei più.
E aveva ragione Brezsny che diceva che avrei sconfitto i fantasmi. Tu mi infestavi. Infestavi me, la mia vita, il mio sorriso. Ed è bastato vederti per quello che sei, un povero bugiardo che chiama ubriaco per sentirsi meno male con se stesso, per decidermi a mandarti via, buttarti via. Che sono passati quattro anni non lo diciamo, che ho sopportato e che mi sono curata le ferite da sola, lasciamo perdere, importa che ti sei ridicolizzato, ai miei occhi, che sei piccolo così. Piccolissimo. E fuori di qui.

Nicholas ha 19 anni, e nient’altro.

Nicholas è Nigeriano. Ha 19 anni, 20 tra qualche giorno, il 20 novembre. è in Italia da gennaio, dopo essere arrivato dalla Libia tramite le traversate organizzate dai trafficanti di esseri umani, e dopo aver subito nel 2008 e nel 2010 i bombardamenti di Boko Haram. Ha perso tutti i parenti più stretti, tranne la madre, e un paio di fratelli, che non sono riusciti a fuggire. Vive a Verbania, in una struttura per rifugiati, ed ora è a Milano. Ha bisogno di soldi, o di un lavoro anche di poche ore che possa permettergli di pagare i 2,5 euro richiesti dalla struttura dove sta per dormire. Nicholas sta cercando 300 euro per aiutare un amico a tornare in Benin per cercare i genitori, lo fa chiedendo l’elemosina. Giuliana Costa, docente al Politecnico di Milano, sta cercando di raccogliere qualche soldo per lui e l’amico.
Vi chiedo, col cuore, di aiutare Nicholas ed il suo amico. Non sono necessarie grandi somme, basta un piccolo aiuto, un euro, due, o un lavoretto di poche ore, basta poco per sentirci tutti meno egoisti. Io l’ho fatto.

Per informazioni più dettagliate, basta che mi scriviate in privato, qui o dovunque vi pare. Raccoglierò personalmente i soldi, di cui darò conto, con nome e cognome del donatore, in primis alla Dott.ssa Giuliana Costa e successivamente a Nicholas.
Per chi volesse contattare direttamente invece la Dott.ssa Giuliana Costa, mi contatti privatamente per avere il suo l’indirizzo e-mail.

Grazie.
Vi chiedo di condividere, di parlarne, di aiutare.
Martina

oggi ce l’ho senza distinzioni di razza e età.

oggi è uno di quei giorni meravigliosi che ce l’hai con tutti. io, ad esempio, ce l’ho con il camion di stamattina sulla paullese che mi ha fatto ritardare di 25 minuti, ce l’ho con il 2014, un anno di merda. ce l’ho con i collant, stretti. ce l’ho con il mouse, che si impalla. ce l’ho con l’oroscopo, che mi dice di non picchiare la testa contro il muro, che io invece lo vorrei tanto. ce l’ho con autocad, non lo rispetto. ce l’ho con le distanza, incolmabili. ce l’ho con i miei muri, che non sono capace ad abbattere (li ho costruiti così bene, carini). ce l’ho con lo smalto sbeccato. ce l’ho con gli amici che se ne vanno. ce l’ho con lui, che ha abbastanza potere da farmi sentire una merda anche da lontano, lontanissimo. ce l’ho con me, che non ci riesco. ce l’ho con la pigna di roba da stirare. ce l’ho con i miei che mi hanno lasciata sola, anche se l’ho scelto io. ce l’ho con la pioggia, cazzo se ce l’ho con la pioggia. ce l’ho con chi non è capace a restare (e qui dentro mi ci metto anche io). ce l’ho con i miei capelli, dai perpiacere state come vi ho messi. ce l’ho con chi non si è presentato. ce l’ho con chi arbitrarimente mi ha escluso, e non ha il coraggio di dirmi perchè. ce l’ho con il controsoffitto che fa rumore. con il pavimento che scricchiola. ce l’ho con il piumino che stanotte mi si è intorcinato e sembravo un involtino primavera. ce l’ho con la mia non voglia. ce l’ho con il mio “cazzi tuoi”, ma forse non abbastanza perchè se lo meritava. ce l’ho, più di tutti, con questa mia cosa assurda di dire tutte le cose che penso quando le penso. anzi no.

io a te ci penso tante di quelle volte, ormai

io a te ci penso tante di quelle volte che ormai sei quasi diventato promemoria. penso a te quando mi rendo conto di aver fatto un sacco di cazzate. penso a te quando non mi sto regolando. penso a te quando mi sto per forse innamorare, ma poi è sempre una finta. penso a te quando mi sto lavando dopo una giornata di merda. penso a te quando entro in macchina, che ho i finestrini chiusi e si appannano un po’. penso a te quando piango, a volte, mi ricordo di quando hai pianto tu e smetto io. penso a te quando mangio cinese. anche quando mangio le omelette. penso a te quando si abbassano le tapparelle elettriche, che me le hai aggiustate tu. penso a te quando cambio le lenzuola, che non sono capace di mettere gli angoli bene come li mettevi tu. penso a te quando c’è il milan, la tua tuta coi pallini rossa. penso a te quando mi si screpolano le labbra. penso a te quando ho mangiato troppo e vorrei non averlo fatto. penso a te quando taglio i capelli, che tu non volevi. penso a te tutte le volte che succede qualcosa e penso che sono stata cretina. imbecille. deficiente. ma sincera. giusta. leale. innamorata. penso che ho fatto una cazzata a lasciarti andare per un’alternativa sbagliata. penso che chissà se mi pensi, ma sicuramente no. penso che ogni tanto ti vorrei incontrare, il Te nuovo deve essere così diverso da quello che avevo io per le mani, e allora forse se ti conoscessi adesso, con la giacca e la cravatta, con la barba fatta, senza il nokia ovetto, senza le manie compulsive, allora io forse non ti penserei più. e se non ti pensassi più sarebbe tutto nuovo, con un sapore nuovo, non più un “ehi ma qui” “ehi ma lui”. penso che a volte vorrei solo non essere andata via, non aver chiuso il telefono con quel NO. non aver preso la macchina e guidato per prendermi quello che adesso è un presente che mi fa abbastanza schifo. penso che magari oggi avremmo un bambino. penso che ti avrei convinto anche in quello. penso che vivremmo in una casa carinissima e che tua madre ci chiamerebbe tutti i giorni per dirci che ha surgelato qualcosa da portarci. penso che forse non è la vita che voglio proprio adesso, ma era la vita che volevo quando c’eri tu. e lo so, me l’hanno detto, con te ero diversa. e meno male. la Me che sono adesso proprio non ti piacerebbe.

quanto sono stupidi quelli che non se ne sono accorti

sono certa che sia sempre la stessa cosa. però questa volta ha suonato in un modo diverso. quel “io e te” non aveva niente a che vedere con quel genere di sentimenti che poi uno si spacca il cuore. era una cosa oggettiva, un dato di fatto, come che lo zucchero è dolce, oppure il sale salato o non lo so, che non può piovere per sempre.
c’è stato un momento, e adesso lo vedo così lontano, in cui ci ho creduto. e forse anche tu. e quel momento lì era quel momento in cui alla fine io e te non avevamo nulla da darci. ci si succhiava via l’anima a vicenda, ci si logorava con i sentimenti, ci si struggeva per le cose ovvie che erano così ovvie che non ci sembravano poi così scontate.
e adesso che quel momento non c’è, che è finito, e ci ha messo così tanto a finire, vedo le cose sotto quella luce che non abbaglia, che fa vedere.
e alla luce si vedono i difetti, le cose oggettive, le crepe, la definizione di un qualcosa che prima aveva contorni così sfumati che non siamo stati nemmeno capaci di renderci conto che era così piccolissimo e ininfluente che potevamo evitarci un sacco di cose.
e poi non lo so, tu arrivi e siamo diversi, non più difficili, non nervosi, senza il sangue che ribolle nel cervello. senza la rabbia. riusciamo persino a parlare. tu lo sai quante volte ci abbiamo provato? ho smesso di contarle dopo l’ultimo addio. non c’è stato modo nemmeno di dirsi che non valeva la pena, perchè valeva la pena, e noi da idioti buttavamo il tempo come aspettando cambiasse qualcosa.
io ti ho visto, nuovo, grande, protettivo verso di me che non sai bene dove mettermi ma sai bene quanta roba ci unisce.
sapere tutto di qualcuno, le cose che non sa nessun altro, ti dà quel senso di onnipotenza che però alla fine è consapevolezza, che non lo useresti mai contro chi hai davanti, che non ti ci metteresti mai a farglielo pesare, chè non serve. a che cosa serve?
e allora niente, ci siamo detti “tu per me sei” senza che l’altro ci si accasciasse sopra, senza che fosse uno spillo infilato nella bambola woodoo, senza che diventasse male. ed è bello, sapere che qualcuno ti considera esattamente come tu consideri lui, un pezzo grosso, una cosa importante, il Cuore.
e io adesso lo so, e possiamo cominciare a parlare di quanto sono stupidi quelli che non se ne sono accorti.